Il risotto
La differenza tra riso e risotto è che il riso prima si cuoce e poi si
condisce, come il conosciutissimo riso in cagnone che è semplice riso
bollito passato al tegame con burro, formaggio e sugo d’arrosto, mentre
invece il risotto cuoce insieme ai suoi condimenti. Il modo più semplice,
noto e classico per fare il risotto è quello di soffriggere la cipolla nel
burro,
sgrassare con un po’ di vino bianco, aggiungere il riso farlo
cuocere col brodo di carne di manzo, aggiungendo alla fine del
parmigiano grattugiato. Questo risotto, detto bianco o con la cipolla, è la
base della maggior parte degli altri, che sono solo sue varianti, a partire
da quello alla milanese, che ha in più il midollo di bue per dargli sapore
e lo zafferano per tingerlo di giallo: dettagli di un identico processo
tecnico. Ormai siamo abbastanza esperti da capire subito che questo è
un piatto moderno, troppo "bovino" nella carne, nel formaggio e nel
burro per essere medievale. Inoltre è di città e da tavola ricca, non tanto
perché basato su un prodotto costoso come il riso e per di più tinto con lo
zafferano, ma perché è chiaramente un primo piatto, qualcosa cioè che
richiede di necessità un secondo di carne. Che il processo tecnico di questi risotti sia la modernizzazione di più antichi
piatti dolci, avvenuta quando il riso grazie alla sua maggiore abbondanza cessò di essere
considerato una spezia o una medicina, mentre il gusto iniziava a virare verso il salato, è possibile.
La stessa leggenda del risotto alla milanese lo data abbastanza correttamente al 1575 e ne colloca la nascita in un
ambiente urbano di buon livello, quello degli artisti. Il prezzo del riso,
pur restando elevato, era però disceso precipitosamente: nel 1330,
quando era considerato una spezia, un grammo d’oro ne comperava solo
150 di riso, nel 1580, quando era divenuto un semplice alimento di
qualità, lo stesso grammo d’oro bastava per 15 hg. Aggiungendo lo
zafferano, la più costosa delle spezie, sembrerebbe quasi che i ceti
benestanti praticassero un’azione di sostegno all’erosione del prestigio
derivante dal consumo di riso nel momento in cui diventava un piatto
meno esclusivo.
Oppure, secondo l’interpretazione che sembrerebbe più
autorizzata dalla leggenda, i ceti affluenti che erano riusciti ad accedere
a quel consumo pregiato solo grazie alla fase calante del prezzo,
aumentando il valore del piatto, cercarono di sostenere il prestigio che
derivava loro dall’avere raggiunto quel livello.
La paniscia: preparare una zuppa con due etti di fagioli borlotti, una
canna di sedano, un pomodoro, una carota, tre etti di verze ed un etto di
cotenna di maiale a pezzetti. A parte tritare insieme sul tagliere
mezz’etto di lardo, una cipolla e una piccola mortadella di fegato
(oppure un salamino della duja}. Soffriggere con burro ed un altro po’ di
cipolla, unire il riso, farlo rosolare e bagnarlo con un bicchiere di vino
rosso. Asciugato il vino aggiungere la zuppa portando a cottura, togliere
dal fuoco al dente e lasciar riposare qualche minuto al caldo ed al
coperto. Non aggiungere formaggio, ma un po’ di pepe di cajenna.
Come si vede il tipico piatto delle provincie risicole ad occidente del
Ticino non ha niente a che vedere col procedimento del
risotto alla milanese. La paniscia, come
la cugina panissa vercellese e la panizza
valsesiana, non è assolutamente un
primo piatto, ma un piatto unico. Che una ricetta come questa possa essere
nata in città non sembra verosimile.
Prove non ce ne sono e neppure una
leggenda, ma non tutti i risotti discendono da piatti dolci medievali sopravvissuti fino alla fine del
Cinquecento nella cucina ricca: la paniscia non c’entra con quella
evoluzione proprio perché è un piatto popolare. Usa il lardo anziché il
burro, una zuppa di fagioli e verdure anziché il brodo di carne di manzo,
la mortadella di fegato e non il midollo di bue e perfino il vino rosso
anziché quello bianco. Infine non vuole formaggio grattugiato.
Il risotto novarese, come tutti i piatti tipici, dovrebbe essere inscindibile
dallo strumento tradizionale col quale si preparava: la padella svasata di
rame stagnato col bordo alto ed il manico di ferro ad arco superiore.
Importante anche la tecnica,
opposta a quella lombarda, di aggiungere il
brodo con i fagioli e le verdure tutto in una volta all’inizio, senza più
mescolare in seguito e lasciando quindi formare una crosta
bruciacchiata. Un’ultima caratteristica antica, ma non molto facile da
riprodurre è la cottura a legna: nella prima metà di questo secolo un
fuoco tipico per la paniscia poteva essere quello di rami di salice da riva,
una pianta da cima che ogni anno produce una quantita di rami flessibili, usati un tempo soprattutto per legare i covoni e fissare le viti ai
loro sostegni.
Il confronto degli ingredienti con quelli usati nei territori vicini mostra le
differenze nell’elaborazione locale di questo piatto diffuso, non a caso,
quasi in coincidenza con l’area in cui nel medio evo era più estesa la
coltivazione del panìco. La panissa di Vercelli usa come grasso tre quarti
di lardo e un quarto di burro e soprattutto il brodo fatto col salame sotto
grasso ed il solo porro, anziché con tutte le verdure. Spiegare il perché
non è facile, evidentemente per ragioni che al momento ci sono
sconosciute, nel Vercellese i fagioli erano abbondanti come nel Novarese,
ma non lo erano le altre verdure. La Panizza della Valsesia poi usa metà
burro e metà lardo, ma soprattutto carne di manzo oltre alla salsiccia,
aggiungendo anche i funghi che sono un tipico prodotto di montagna. La
carne bovina in pianura era poca, nelle citta della zona risicola divenne
disponibile in quantità significative solo nel Settecento, in campagna
addirittura nell'Ottocento. In montagna invece i bovini erano
abbastanza numerosi anche nei secoli precedenti e la Valsesia ne fu
sempre una forte esportatrice verso il piano, in cambio dei cereali che
non poteva coltivare.